Domenico Polino

BIOGRAFIA: Domenico Polino

Irsina 1752 – (?)

Anna Grelle Iusco[1] probabilmente fondandosi sulla scheda ministeriale della Gelao (1979), parla per la prima volta del quadro centinato del Polino, l’unico firmato in basso a sinistra «D(omenicus) Polin(u)s» raffigurante la Crocifissione e santi, collocato nella sacrestia della cattedrale di Irsina in seguito menzionato dal Noviello,[2] dal Pinto[3] e dalla Villani.[4]

Nella stessa chiesa, sul lato destro dell’altare maggiore, troviamo una replica autografa del dipinto, che ha subito un’operazione di restauro complessa.[5] Infatti la tela era stata ridipinta completamente da un pittore che si era firmato «Marchius Meglio F(ecit) | A(nno) D(omini) 1787», mentre al centro era stata posizionata una croce lignea. Durante il restauro, avvenuto nel 1983, è riemersa l’opera di Domenico Polino, se pur non in ottime condizioni vista la sua problematica storia conservativa.

La scrivente è riuscita, grazie a ricerche d’archivio, a recuperare le prime notizie sulla vita dell’ancora poco noto Domenico Polino, sinora erroneamente ritenuto un pittore seicentesco (C. Gelao, scheda ministeriale, 1979) e comunque problematico nella cronologia.

Come ritrovo nelle rivele irsinesi del 1753,[6] in quell’anno il padre Gerardo Polino di quarant’anni, contadino, risulta sposato con Cassandra San Mauro di ventisei anni. In questa data i coniugi Polino avevano due figli, Diomede di due anni e Domenico di un anno, che vivevano con i genitori in una casa di proprietà di Francesco Fonzo, a cui Gerardo Polino pagava un affitto di sei ducati, ubicata nella contrada di Santa Sofia. Il documento ritrovato permette quindi di stabilire finalmente la data di nascita del pittore irsinese nel 1752.

Nel 1771 all’età di diciannove anni egli sposò Dominica Ciglio nella chiesa cittadina di San Nicola dei Poveri che oggi prende il nome di San Francesco.[7] In questa stessa chiesa si trova la Presentazione al tempio che A. Grelle Iusco[8] aveva pubblicato senza attribuzione (e così in C. Gelao, scheda ministeriale, 1978), e che invece, come ritengo sulla base dell’unica opera firmata, è da restituire a Domenico Polino. Il dipinto, come aveva indicato la studiosa, reca l’iscrizione sotto il gradino «Ex devot(ione) confrat(e)r.(nitae) artific.(um) Mo(nte)pe(loso) 1771» che ne fornisce la data di esecuzione. Poiché essa corrisponde all’anno in cui il pittore si sposò nella chiesa, si può pensare che in tale occasione egli abbia voluto rendere omaggio alla confraternita. Sempre in San Francesco è possibile restituire al pittore, a mio avviso, i due ovali rappresentanti il Sant’Antonio che guarisce lo storpio e il Sant’Antonio che resuscita il giovane che la Gelao (scheda ministeriale, 1978) aveva aggiudicato a un pittore provinciale ignoto di fine Settecento e A. Grelle Iusco[9] aveva ritenuto anonimi ma della stessa mano della Presentazione al Tempio.

Nella Cattedrale di Irsina è presente una tela inedita, sinora non catalogata, con il Miracolo della mula, che si può assegnare al Polino e datare intorno agli anni settanta del Settecento. Qui, nella figura del santo protagonista, si osserva una stretta vicinanza con le opere del più anziano pittore irsinese Francesco Polino. Queste analogie, se non si deve pensare a una collaborazione tra i due, sono indicative della formazione di Domenico, che verosimilmente dovette svolgere il suo apprendistato presso una bottega irsinese.

Sebbene la ricostruzione dell’attività artistica del pittore non sia agevole poiché solo un’opera è firmata, gli si possono assegnare numerose tele, che lo attestano attivo largamente in Basilicata e in Puglia (ringrazio Elisa Acanfora per aver confermato tali proposte). Tra questi vi è un ciclo di affreschi, pur molto rovinato, con episodi Veterotestamentari nella cappella vescovile di Irsina (C. Gelao, scheda ministeriale, 1980 come anonimo e così in A. Grelle Iusco)[10] in cui è evidente la conoscenza del cappellone di San Cataldo decorato da Paolo de Matteis nella cattedrale di Taranto.

Nell’episcopio di Irsina sono da restituire a Domenico quattro dipinti raffiguranti: Mosè e il serpente di bronzo, l’Ultima Cena, la Sacra Famiglia con gli angeli, eun Episodio del Vecchio Testamento (gli ultimi due perduti; sulla serie si vedano la schede ministeriali di C. Gelao, 1979 e 1980, dove le tele sono attribuite a ignoto del XVII secolo), che si possono assegnare al nono decennio del Settecento.

Fuori da Irsina, ma sempre in Basilicata, troviamo altre opere del pittore o comunque ascrivibili alla sua bottega. A San Mauro Forte nella cappella di San Vincenzo era collocato il dipinto, da ritenere autografo e della fine del secolo, raffigurante la Predica di san Vincenzo Ferrer, andato perduto (D. Miceli, scheda ministeriale, 1976 come anonimo), in cui si apprezza una sensibile vicinanza allo stile del materano Vito Antonio Conversi morto tra il 1758 e il 1760.[11] A Potenza, nel convento di Santa Maria del Sepolcro è conservato un dipinto, sinora ritenuto problematico, raffigurante il Passaggio del Mar Rosso, che è stato assegnato dal Ricotti[12] a Luca Giordano o a scuola carraccesca e questa attribuzione è stata poi confermata da Murno.[13] A riferire il dipinto a Salvator Rosa, invece, è Valente,[14] mentre A. Grelle Iusco,[15] lo assegna prima a Leonardo Olivieri e poi al Miglionico[16] riferimento accolto dalla Villani;[17] ma confutato da Fontana.[18] In realtà si tratta di un’opera che mostra inequivocabilmente i caratteri stilistici della produzione di Domenico.

Si può anche attribuire al pittore la Madonna col Bambino e anime purganti nella chiesa di San Pietro a Grottole, che la compilatrice F. Barbone (scheda ministeriale, 1979) aveva assegnato a un ignoto pittore locale del XVIII secolo. Al centro, su un tizzone tra le fiamme, è possibile vedere l’iscrizione «F(ece) F(are) C.C. M.E» che si riferisce all’ancora ignoto committente.

In Puglia, nella chiesa di San Domenico a Castellaneta, abbiamo la Crocifissione e santi (M. Di Giorgio, scheda ministeriale, 1974 attribuita a un ignoto pittore) che è certamente una redazione ulteriore delle altre due presenti a Irsina. Ancora in questa chiesa è presente un’Annunciazione (M. Di Giorgio, scheda ministeriale, 1974 come ignoto) dove il Polino, con l’aiuto della bottega, approda, verosimilmente intorno agli anni novanta del Settecento, a composizioni di grazia ed eleganza, conferendo alle figure sempre maggiore allungamento in senso rococò.

A Gravina nel Museo Pomarici Santomasi sono presenti tre ovali raffiguranti l’Addolorata, San Francesco e l’Ecce Homo, tutti della stessa mano e lì conservati come di ignoto solimenesco[19] che ritengo assegnabili al Polino.

A oggi non conosciamo la data di morte del pittore.


[1] A. Grelle Iusco, in Arte in Basilicata 1981, p.130.

[2] F.Noviello1985, pp. 327, 443-444, 470.

[3] R. Pinto 1997, p. 242.

[4] R.Villani 2006, p. 268.

[5] B. Di Mase, 2003 pp. 149-152.

[6] ASNa, Rivele dei Cittadini di Montepeloso, 1753, cc. 99r.-100v.

[7] Irsina, Archivio Diocesano, Registri matrimoniali, 1764-1817, c. 50r.

[8] A. Grelle Iusco, in Arte in Basilicata 1981, p. 130, fig. 275.

[9] A. Grelle Iusco, in Arte in Basilicata 1981, p. 130.

[10] A. Grelle Iusco, in Arte in Basilicata 1981, pp. 124-125.

[11]D. Festa 2004-2005, p. 137

[12] L. Ricotti,1896, pp. 10, 19.

[13] D. Murno, 1974, pp. 32, 41, 42, 43 tav. XIV-XV.

[14] C. Valente, 1932, p. 89.

[15] A. Grelle Iusco, in Arte in Basilicata 1981, p. 125, fig. 261.

[16] A. Grelle Iusco, in Arte in Basilicata, 1981, ed. 2001, pp. 125, 312, nota 125/3.

[17] R. Villani, 2006, pp. 255-256.

[18] M. Fontana, 2004-2005, pp. 26-27.

[19] S. De Simone 2005, p. 93, figg. 74, 78, 82.

Splendori del barocco defilato:Arte in Basilicata e i suoi confini da Luca Giordano al Settecento a cura di E. Acanfora;
catalogo della mostra: Matera, Palazzo Lanfranchi, 9 luglio-1°novembre 2009; Potenza, Palazzo Loffredo, 11 luglio-18 ottobre 2009.

Nunzia Nicoletti

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